ZonaFranca24

Filosofia della scienza. Parte I — Popper e la falsificabilità

Cosa è scientifico e cosa non lo è? Se si trattasse soltanto di capire se abbia avuto ragione Platone o i primi empiristi, non sarebbe più un grattacapo. La scienza in termini di conoscenza intellegibile, altrimenti detta epistème, ha già perso da tempo la sua credibilità. Ma se ad avere la meglio son stati gli empiristi, non vuol certo dire che la questione sia soluta. 

La deduzione aristotelica si rivolta nel loculo ogniqualvolta si inneggia alla scienza come conoscenza sensibile e, dunque, come dòxa. Tra il XVI e il XVII secolo, gli scienziati rivalutarono il metodo induttivo; concordarono, inoltre, nel considerare la reiterazione di un’esperienza controllata la procedura corretta per fare scienza. 

Gli empiristi moderni diedero fondamentale importanza al “cimento” galileiano, tanto da idealizzarlo e dogmatizzarlo. Lo sperimentalismo trasmuta la sua genuinità in postulato e il positivismo diventa depositario della verità nel tentativo di denigrare la metafisica e l’intelligibilità.

Un criterio di demarcazione

Col neopositivismo novecentesco la scienza torna ad essere epistème. L’opinione è svalorizzata qualora contraddica il principio di verificabilità. Questo stabilisce che ogni proposizione, per essere dotata di senso, dev’essere empiricamente verificabile. 

Contro tale asserzione inveisce la riflessione di Karl Popper (1902-1994). Presentatosi come l’«assassino» dell’empirismo logico, avversa le tesi del Circolo di Vienna non condividendo la loro convinzione che solo il discorso scientifico sia dotato di senso. Il suo interesse era piuttosto stabilire il carattere distintivo di un discorso scientifico. 

Popper era affascinato dalla differenza tra la teoria della relatività generale di Einstein, un sapere critico e aperto al confronto con l’esperienza, e le teorie dogmatiche del marxismo e della psicoanalisi, che pertanto si presentavano come inconfutabili. Da tali riflessioni nacque la formulazione del “principio di falsificabilità” popperiano, come criterio di demarcazione fra scienza e non scienza. 

In Logica della scoperta scientifica (1934), Popper osserva che il “principio di verificabilità”, non essendo né un enunciato empirico né una tautologia, non risponde ai criteri di sensatezza che esso stesso asserisce. Muove, quindi, acute obiezioni alle tesi fondamentali dell’empirismo logico mettendo in luce il paradosso della verificabilità: per vagliare una legge scientifica bisognerebbe osservare tutti i casi a cui tale legge si riferisce, ma dato che questi casi sono infiniti, la legge è per definizione inverificabile e dunque insensata. 

La verificabilità cede il passo alla falsificabilità: se la prima era un criterio di significanza, la seconda è, come già detto, un criterio di demarcazione che intende distinguere tra asserzioni empiriche e scientifiche e asserzioni che hanno diverso valore. Secondo il principio popperiano, una teoria è empirica e scientifica solo se è falsificabile, cioè se i fatti possono smentirla. Se l’esperienza non può a priori falsificarla (ovvero se non è possibile indicare una prova cruciale che possa confutarla), vuol dire che la teoria non ha alcun rapporto col reale. 

Un nuovo metodo scientifico

La riflessione suscitata da Popper non è irrilevante e a tal proposito è bene che si chiarisca l’«asimmetria logica» che esiste tra verificazione e falsificazione: nessun numero – per quanto alto – di casi favorevoli potrebbe mai verificare una teoria, mentre anche solo un contro-esempio basterebbe a falsificarla. La verità di una legge universale non sarebbe, dunque, inferita dai dati empirici, sebbene, invece, da questi possa essere inferita la sua falsità.

Invalidata l’induzione e la tradizione di pensiero che va da Bacone ai neopositivisti, Popper elabora una nuova concezione del metodo scientifico: il punto di partenza è sempre dato da problemi che si pongono alla ricerca; nel tentativo di risolvere tali problemi, lo scienziato formula un’ipotesi o una congettura, la quale mette alla prova i fatti. Qualora un’esperienza la falsifichi, l’ipotesi va abbandonata, ma se questa supera il tentativo di falsificazione, essa non risulta verificata, bensì corroborata. 

Questa tesi, ampiamente affrontata nell’opera Congetture e confutazioni (1962), inquadra il metodo scientifico come un procedimento per «congetture e confutazioni», per prova ed errore (trial and error). Il vaglio critico dell’esperienza rivaluta la nostra creatività, poiché si impara dagli sbagli.

SOMMARIO DELLA PARTE II. Nella prossima parte capiremo quali sono i meccanismi che conducono alla formulazione di una congettura. La produzione di un’ipotesi è dovuta ad una folgorazione casuale o ad un’operazione logica?

Episteme_Articolo

Autore:

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *