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Filosofia della scienza. Parte III — Lakatos e il progresso scientifico

RIEPILOGO DELLA PARTE II. Nella parte precedente abbiamo scoperto come nasce un’ipotesi, approfondendo il meccanismo logico che ne regola la formulazione. Inoltre, è apparso evidente come il fallibilismo indirizzi la scienza verso la verità assoluta. 

Il falsificazionismo secondo Lakatos
L’epistemologia popperiana è formidabilmente critica e innovativa; tuttavia, non se ne faccia un discorso totalizzante, ma anzi la si consideri una nuova possibile prospettiva gnoseologica. 
In funzione propositiva, il filosofo ungherese Imre Lakatos (1922-1974) muove alcune critiche e propone altrettante precisazioni al falsificazionismo popperiano. Nella sua opera La falsificazione e la metodologia dei programmi di ricerca scientifici (1970), egli rifiuta il “falsificazionismo dogmatico” e il “falsificazionismo metodologico ingenuo”.
Il primo afferma che la falsificazione di una teoria è infallibile; ciò è errato poiché contravviene all’etica popperiana, secondo la quale neppure le falsificazioni possono esimersi dal soggiacere al principio di falsificabilità. Al secondo, che attribuisce ad un «esperimento cruciale» il potere di invalidare e falsificare un’intera teoria, Lakatos antepone il suo “falsificazionismo sofisticato”. Questa nuova concezione muove dal fatto che non si devono valutare teorie isolate, ma successioni di teorie che presentano una continuità: Lakatos parla di «programma di ricerca scientifico». 

Non esistono, dunque, esperimenti cruciali in grado di falsificare immediatamente una teoria, perché ogni programma di ricerca si crea una «cintura protettiva» che impedisce di colpire il suo «nucleo centrale». Le «ipotesi ausiliarie» che costituiscono la cintura protettiva garantiscono incolumità al «nocciolo duro» (hard core), composto dalle leggi fondamentali del programma stesso. 

Lakatos sostiene che un eventuale insuccesso delle previsioni osservative in un controllo sperimentale non comporta la confutazione istantanea del nucleo centrale, perché è possibile «digerire» l’anomalia modificando la cintura protettiva. Chiaramente, qui subentra l’eticità dello scienziato: il criterio di demarcazione popperiano è la chiave per stabilire se un programma di ricerca sia ancora empirico e scientifico – e quindi progressivo – oppure se sia degenerato. 

Una scienza razionalmente progressiva
Sebbene l’epistemologia post-popperiana sia florida di componenti extra-razionali, Lakatos sceglie saggiamente di mantenersi distante e discosto dall’irrazionalismo novecentesco.
Concorda con Popper nel riconoscere la verità come regola; ritiene possibile discernere quale sia il passo avanti e quale il passo indietro giudicando retrospettivamente la storia della scienza; prospetta una scienza onesta e fedele a sé stessa, ma al contempo ritiene che: «i programmi nascenti devono essere trattati con indulgenza. Possono occorrere decenni perché un programma decolli e diventi empiricamente progressivo.» 

Vedere con gli occhi di uno scienziato vuol dire combattere la cecità, brancolare nel buio più misterioso “della caverna” – dòxa – ed abituare l’occhio all’oscurità traviante del mondo che non conosciamo. Ma tutto ciò, con la certezza che questo mondo esiste ed è conoscibile, magari non del tutto, ma in buona parte; mentre “il mondo al di fuori della caverna” – epistème – è solo “un’illusione” o al più un ideale regolativo. 
«Non il possesso della conoscenza, della verità irrefutabile, fa l’uomo di scienza, ma la ricerca critica, persistente e inquieta, della verità.» È con queste parole che Karl Popper delinea l’euristica moderna. 

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