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LA PANDEMIA MONDIALE MOSTRA LA SALVEZZA DEL PIANETA
L’intervista al Premio Nobel Filippo Giorgi: “La natura continuerà ad andare avanti ma non è detto che ciò varrà per la nostra società.”

L’attuale panorama terrestre, pone inevitabilmente in risalto, le crisi di carattere ambientale che si stanno sviluppando: foreste in fiamme, oceani surriscaldati, ecosistemi in distruzione, ghiacciai che si sciolgono, specie animali e vegetali in estinzione, aumento incessante dell’emissione di gas serra ed inquinanti atmosferici, fenomeni meteorologici estremi sempre più frequenti. La salute del nostro Pianeta preoccupa non di poco ed è quindi necessario capire attraverso studi accurati i possibili cambiamenti che da qui all’avvenire colpiranno la Terra che ci ospita.

La buona notizia è che gli studi effettuati fino ad ora, ci dicono che non siamo ancora così vicino a quelle soglie capaci di farci compiere il salto nel buio e che quindi si può fare molto per evitare questa crisi. Ma, il futuro dipende da noi, dalle nostre azioni. Il problema non si risolverà da solo, non sarà la natura a risolverlo e qualora fosse lei a farlo magari sarebbe una soluzione per noi non positiva.

In merito, le parole di Filippo Giorgi, climatologo italiano e Nobel Prize per la Pace nel 2007, il quale, in oc- casione della XVII edizione dell’ Horcynus Festival “Metamorfosi”, organizzato dalla Fondazione Horcynus Orca, evento incentrato sui nuovi paradigmi economici e sulle nuove tecnologie necessarie per la tutela e la salvaguardia del Pianeta ha affermato:

“Molte crisi di carattere ambientale si stanno sviluppando. Non è facile pensare a come sarà il mondo tra 200 anni. Per questo bisogna lavorare, per evitare che le prossime generazioni ereditino un mondo non riconoscibile da quello di oggi. La Terra continuerà, andrà avanti, bisogna capire se sarà un mondo ospitale per quanto riguarda la nostra società.”

Si può dunque agire e cambiare il corso degli eventi. Non è tardi per salvaguardare il Pianeta. Ed è sbagliato pensare che si possa intervenire solo dai piani superiori: ognuno di noi può fare la differenza, senza particolari e drastiche rinunce, ma semplicemente attraverso delle scelte diverse, migliori. Uno sguardo sia alla globalità del problema, che all’aspetto locale.

“La natura continuerà, il pianeta continuerà ad andare avanti ma non è detto che ciò varrà per la nostra società. Quindi tutto dipende dall’impegno di ognuno noi. – a ciò aggiunge – Io non ho molta fiducia negli accordi top- down che provengono dall’alto: accordi tra governi, tra organizzazioni internazionali. Ho molta più fiducia nel fatto che sta aumentando questa consapevolezza dal basso. Ci si sta rendendo conto che la green economy fa bene al pianeta, all’ambiente, all’uomo, ma anche alle tasche dell’economia. Ci sono tanti segni positivi che mi fanno es- sere moderatamente ottimista.” Ma, come per tutte le cose, c’è sempre l’altro lato della medaglia. “Ci sono in par- te anche segnali negativi, delle sacche di resistenza degli interessi. È chiaro infatti che la green economy in generale migliorerà l’economia della società, ma alcuni settori molto potenti verranno penalizzati e quindi faranno di tutto per arginare e posticipare questi cambiamenti”. Occorre invece accelerare i processi positivi, agendo al fine di ridurre i gas serra che attualmente emettiamo e che rimangono in circolazione per molto tempo: le possibilità e le capacità di certo non ci mancano. “Gli effetti del riscaldamento globale sono effetti locali che influenzano la vita delle comunità nei diversi luoghi del mondo. Per contrastare gli effetti di questi cambiamenti climatici bisogna agire con delle politiche di adattamento nell’uso del territorio, nella pianificazione urbanistica, nel management delle coste: tutte politiche che vanno sviluppate a livello locale. A livello globale bisogna invece fare pressione affinché si raggiungano degli accordi internazionali che limitino l’emissione dei gas serra, i quali rappresentano la principale causa del riscaldamento globale e ciò richiede un impegno di più ampio respiro.”

Ed ecco dunque emergere la parola chiave, capace di fare realmente la differenza: consapevolezza. Un primo passo necessario ad una metamorfosi, capace di intervenire attivamente su questi fenomeni su ampia scala. Ma questa dinamica viene sottovalutata nella sua gravità, mascherando gli effetti del cambiamento climatico in dietrologia. In primis, l’attribuzione di tali effetti alla normale evoluzione dei cicli terrestri, senza considerare l’accelerazione con cui si susseguono gli eventi. Il potenziale di sconvolgimenti climatici invece, in questi scena- ri di sfiducia in cui non si fa nulla per migliorare la situazione, porterà inevitabilmente ad un mondo completa- mento diverso. “Rendiamoci conto invece che il problema c’è e soprattutto che possiamo e dobbiamo fare qualcosa. Occorre una metamorfosi generalizzata del sistema. Se si continua ad andare avanti così, in un sistema dove soprattutto lo spreco di energia e di risorse è così grande, le condizioni seguiranno in un crescendo negativo. Serve avere invece un’ attitudine più all’efficienza energetica, all’uso delle risorse. E – sottolinea Giorgi – dico efficienza e non risparmio, poiché sono due cose differenti. Quando diciamo risparmio si pensa che uno debba evitare di fare ciò che quotidianamente compie. Invece possiamo semplicemente fare le stesse cose unicamente usando meno e meglio le nostre risorse a disposizione.”

A dimostrazione di quanto detto, oggi più che mai ne è la prova l’emergenza sanitaria con la quale tutto il mon- do si trova a fronteggiare. Una pandemia che ha colpito l’intero Pianeta e che porta alla luce quanto un capita- lismo miope infierisca a livello ambientale. L’impossibilità per l’essere umano di potersi muovere liberamente, con i propri ritmi frenetici e condurre quotidiamante la propria vita, ha permesso alla natura di riappropriarsi dei propri spazi, confermando come una salvezza è ancora possibile attraverso una rivisitazione dei compor- tamenti e degli stili di vita che caratterizzano la nostra specie. In questi mesi di stallo diversi episodi hanno testimoniato come le scelte degli umani spesso creino danni o anomalie all’ambiente e che nel momento in cui queste azioni vengono a mancare, un equilibrio stabile riemerge quasi come per una ripresa d’ossigeno.

Ed ecco che, in assenza dell’uomo, la natura si riappropria degli spazi: gli abitanti che popolano le acque ap- profittano della tranquillità del momento, i delfini passeggiano in branco, a poche decine di metri dalle coste reggine; le balene sfruttano la momentanea assenza di grossi portacontainer per attraversare lo Stretto.

Non mancano diversi avvistamenti, in tutta Italia, di animali selvatici che scorazzano tranquillamente nelle strade della città: dalla femmina di Germano reale insieme ai suoi piccoli al seguito in via Monte Grappa a Montebelluna al capriolo avvistato a Terni a due passi dalla Cascata delle Marmore ed ancora dalla volpe al parco Ciaurro alle oche bianche presso il lungomare Ognina di Catania.

Lockdown mondiale. L’isolamento forzato, il limitato spostamento di mezzi e persone, la diminuzione delle attività produttive, lo stop alla pesca: tutto questo ha ridotto l’inquinamento ambientale e limitato la fase antro- pica sull’ambiente. Lo smog si è ridotto drasticamente, mari e fiumi sono apparsi limpidi e più puliti del solito, meno plastiche e rifiuti ricoprono le acque. Una lezione di vita che non deve di certo passare inosservata. Que- sto periodo così complicato per l’uomo, deve spingere inevitabilmente alla riflessione sull’impatto che le sue attività apportano agli ecosistemi nel quale egli vive. L’emergenza Coronavirus diventa dunque un momento per analizzare le abitudini antropologiche che danneggiano l’ambiente e reinventarle al fine di migliorarne la convivenza tra uomo e animale. La piena consapevolezza, insieme ad un ripensamento degli stili di vita e dei comportamenti possono essere la chiave di volta per un mondo migliore in cui vivere e da lasciare ai nostri posteri. Un augurio di ritorno a condizioni di normalità, ma con una filosofia del vivere differente, che guardi alla natura ed al pianeta come una risorsa con cui coesistere e non come merce da sfruttare.

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