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La morte di Federico III d’Aragona presso l’Ospedale di San Giovanni Gerosolimitano a Paternò

Una struttura ospedaliera, nella Paternò medievale, è documentata, oltre che ai piedi del Castello Normanno accanto all’antica Chiesa di Santa Maria Maddalena[1], anche presso la Commenda dei Cavalieri Gerosolimitani[2] di Paternò accanto alla Chiesa dedicata a S. Giovanni Battista, nota perché vi morì, il 23 giugno del 1337, il re Federico III d’Aragona che proveniva da Castrogiovanni[3] per proseguire verso Catania. Federico veniva trasportato in lettiga[4] dai suoi cortigiani aiutati dagli abitanti dei borghi vicini che, costernati, facevano a gara per svolgere l’onorevole compito in quanto il loro sovrano era gravemente malato, affetto da un tipo di gotta che ne aveva invalidato anche le mani (chiragra). Una cometa, una stella crinita apparsa in cielo apportatrice di peste e carestia, era stata segno del triste presagio, della prossima fine del sovrano a conferma della profezia, già, annunciata nel corso degli anni da Donato di Brindisi, medico e astrologo, che prevedeva la morte del glorioso re, un rei de llegenda a detta di Olivar Bertrand, in territorio gerosolimitano. A tale proposito, circa un secolo dopo, Nicolò Speciale (che alla notizia della morte del re spezzò la sua penna di storico come farà il Boiardo  interrompendo l’Orlando Innamorato allorché giunsero le truppe del re Carlo VIII in Italia), così, ne ricorda il nefasto evento in chiave altamente  epica: Cumque Paternionem terram non longe positam a civitate Cathaniensium pervenisset, ad hospitalem domum Beati Johannis Baptiste Hierosolymetanus titulis insignitam, que non procul extra terram illam sita est, attenuatus et debilis declinavit, susceptisque sacramentis Ecclesie, jam exinanitus viribus, crucem Domini amplexus est, sibique debitum carnis in vigilia nativitatis eiusdem Beati Johannis exsolvit.

 Ed essendo giunto nel territorio di Paternò, sito non lontano dalla Città di Catania, presso l’Ospedale insignito del titolo del Beato Giovanni Battista Gerosolimitano, che è posto non lungi al di fuori da quella terra, (il re Federico) malfermo e febbricitante si piegò su se stesso, e presi i sacramenti della Chiesa, ormai privo di forze, abbracciando la croce di Cristo, si liberò del peso della carne (spirò) alla vigilia della nascita dello stesso Beato Giovanni”.[5] E il grande re morendo “trascinava con sé la stella della dinastia aragonese, che tremolerà da allora di stinta luce nell’opera dei suoi opachi successori”. Il giorno in cui morì Federico III ha assunto, nel tempo, un valore metaforico dal momento che esso ricade nel Solstizio d’estate: evento «simboleggiato tradizionalmente dal matrimonio del Sole e della Luna: mezzogiorno del cosmo dove i due astri, uniti nelle nozze, spargono le loro energie nell’opulenza dei frutti tra il frinire delle solari cicale e il canto lunare dei grilli»[6]. Questo giorno, nella tradizione, è sacro a San Giovanni Battista (metafora del sole) il quale parlando di Gesù dice «Egli deve crescere e io invece diminuire[7]». I Cavalieri gerosolimitani erano collegati alla Corona siciliana in quanto Sancho d’Aragona, fratellastro del re, era stato prima (1305) luogotenente del maestro dell’Ospedale di Messina, da cui dipendeva la Commenda di Paternò, e dal 1325 in poi luogotenente dell’Ospedale nella castellania di Amposta in Catalogna.[8]  Imbalsamato il corpo del re e seppellito le sue viscere nella Chiesa di San Giovanni di Paternò, secondo il costume dell’epoca, i fedeli sudditi, eseguendo le sue ultime volontà ne trasportarono la salma a Catania per poterla poi seppellire nel Duomo di Sant’Agata. Il corteo si muove accompagnato dalle prefiche che piangono strappandosi i capelli come quando le ancelle strepitarono con urla agghiaccianti alla morte di Didone. In verità il re, nel testamento del 1334, aveva espresso precisa volontà di essere seppellito a Barcellona, nella sua terra, accanto ai suoi avi. Probabilmente perché si era aggravato, Federico cambiò testamento, forse redatto nelle parti di Enna e sottoscritto a Paternò prima di morire, per essere tumulato a Siracusa, nella cattedrale dedicata a S. Lucia a cui era devoto. Pietro II, però, avrebbe voluto trasferire il corpo nella Cattedrale di Palermo accanto al primo re normanno e agli imperatori svevi. Tuttavia, in quella fatidica notte, la salma, giunta a Catania, fu temporaneamente custodita al castello Ursino per essere, poi, tumulata nel Duomo di Sant’Agata dove rimarrà, per varie vicissitudini storiche conseguenti alla Guerra del Vespro, fino ai nostri giorni. Negli anni 50’ il suo cadavere venne riesumato per essere spostato nella cappella della Madonna sempre nella stessa cattedrale di Catania. Sulla tomba si può leggere, tuttora, la seguente epigrafe: Sicaniae populi maerent, celestia gaudent numina, terra gemit, rex Fridericus oblit (I popoli di Sicania si amareggiano, i numi celesti godono, la terra geme, il re Federico è morto)[9]. Circa vent’anni dopo la morte di Federico III, che era malato di gotta (tipica malattia del Medioevo, definita la malattia dei re in quanto collegata all’eccessivo uso di carne e di alcool), intorno al 1370 venne inventata una specie di miracoloso unguento che doveva prevenire la peste e curare la gotta: la cosiddetta Acqua della regina d’Ungheria (miscuglio a base di rosmarino). Secondo la leggenda, per merito di essa, la regina riacquistò la giovinezza. Anche la mandragola, mitica erba magica dell’immaginario medievale, era utilizzata, secondo altre testimonianze, per la cura della gotta. In questo periodo (1300-1400) in Sicilia, anche se non esisteva ancora una Scuola universitaria (la prima università di Sicilia fu fondata a Catania nel 1443), operavano tanti medici ebrei, eredi della scienza greca, romana e araba, che era stata tramandata, attraverso i secoli, per merito della Scuola Medica Salernitana (870)[10] tant’è che uno di essi il rabbino Yosef Abenafia, fu nominato medico personale del re Martino I d’Aragona, successore di Federico III, che regnò fino al 1409[11]. Non si esclude quindi che un gruppo di  medici (data anche l’opera di imbalsamazione della salma che richiedeva diverse competenze di chirurgia ma anche la conoscenza di elementi di chimica nonché un’esperienza di carattere farmaceutico nella manipolazione  di erbe profumate, resine odorose e  balsami per la conservazione del corpo[12]), appartenenti alla stessa Scuola ebraica avrebbe potuto fare parte della Corte che accompagnava il re Federico nei suoi spostamenti ed essere presente al momento della sua morte presso l’Ospedale di Paternò. I medici ebrei erano molto bravi nella loro professione tant’è che la regina Bianca di Navarra, circa un secolo dopo, autorizzò una donna ebrea di Mineo, tale Bella di Pija, a esercitare in tutte le Città della Camera l’arte della chirurgia escludendola, per queste sue eccelse qualità, dalle imposizioni di alcune angherie. Altri documenti attestano il grande senso di giustizia e di liberalità della Regina la quale intervenne, ancora una volta, per proteggere un medico ebreo, Mastro Isacco, che era stato ferito da Pino Mustazzoso un focoso sergente di Lentini[13]. Oltre all’imbalsamazione nel Medioevo era in uso anche la scarnificazione. Circa trent’anni prima quando il 24 agosto del 1313 muore a Buonconvento l’imperatore Enrico VII di Lussemburgo si ricorre alla bollitura della sua salma. La materia molle è subito inumata in loco mentre le ossa sono pronte per essere avviate alla tomba a Pisa. Riguardo a questa pratica di origine teutonica che veniva attuata soprattutto nell’Europa centro settentrionale e nei riguardi dei crociati morti nel deserto, la Chiesa prende una posizione netta con la Bolla di Bonifacio VIII, emanata il 27 settembre 1299, “Detestandae feritatis abusum” condannando l’abuso di scarnificare i corpi tranne che per le reliquie dei Santi.   


[1]  Hospitale, documentato fin dal 1122, e noto anche nel 1140.  White Lynn Townsend, Latin monasticism in Norman Sicily (Il monachesimo latino nella Sicilia normanna Cambridge Mass. 1938 (pag. 327).

[2] S. Joannis Bapt. Ex Instituto hospitalis Jerosolimitanus mentionem invenio in lib. Cancell. cuis commenda à Regibus Siculis conferebatur; nunc adjuncta est Messanae Prioratui  Rocco Pirri, Sicilia Sacra, 1723. “Catanensis Ecclesiae” pag. 594 (3). 

Verso questa medesima Contrada è l’antica Commenda di S. Giovanni gerosolimitano dove morì Federico II nel 1336.V. Amico Dizionario topografico della Sicilia II 1856 pag. 328.

[3] Il re si è aggravato precisamente presso Resuttano (CL), secondo quanto riportato da Salvatore Fodale, Federico III d’Aragona re di Sicilia in Dizionario Biografico degli Italiani, V. 45, Istituto Treccani, 1995.

[4] Catinam lectica…ad hospitalem Jerosolymitanorum Equitum Divo Joanni Baptiste sacram aedem, Paternionem juxta positam, divertere, ibique subsistere necesse habuit. F. Testa De Vita et Rebus Gestis Friderici II Siciliae Regis, 1755, pag. 222.

[5] Nicolai Specialis Historia Sicula (caput VIII De obitu Friderici Regis pag. 506) in Bibliotheca Scriptorum qui res in Sicilia gestas sub Aragonum imperio, a cura di R. Gregorio, t. I, Palermo 1791. 

[6] Alfredo Cattabiani, Calendario, Le feste, i miti, le leggende e i riti dell’anno, Arnoldo Mondadori Milano, 2003, Pag. 229. 

[7] Giovanni, 3,25-30.

[8] D’altra parte Federico III si era mostrato benevolo nei confronti dell’Ospedale adoperandosi per la restituzione, al gran maestro Foulques de Villaret, di alcuni beni sequestrati erroneamente dalla flotta reale su due galere genovesi che trasportavano un vero tesoro dell’Ordine comprendente monete, vasi d’argento, e altri oggetti preziosi per un valore di 1143 once d’oro corrispondenti a 5700 fiorini. Cristian Toomaspoeg, Templari e Ospitalieri nella Sicilia medievale, Taranto 2003 (Pag. 84). Vedi anche Maria Rosa Salerno Legami familiari e rapporti con il potere nel mezzogiorno angioino in Mélanges de l’Ecole francaise de Rome Moyen Age, 2017.

[9] Su questa intricata vicenda della riesumazione della salma del re Federico III d’Aragona è intervenuto anche Giuseppe Barbagiovanni durante la Conferenza Lungo il cammino dei Cavalieri Gerosolimitani, un grande monumento scomparso l’Ospedale con la Chiesa di San Giovanni a Paternò, tenutasi, il 30 novembre 2018, nella Biblioteca Comunale “G.B. Nicolosi” di Paternò a cura di SiciliAntica.

[10] Come si evince dai testi di medicina del tempo (che si ricollegavano soprattutto a Ippocrate e Galeno ma   anche ai Fenomi di Arato e all’Astrologia di Igino) Regimen Sanitatis aut Flos medicinae Salerni, Librorum immensa volumina , De Febribus, De lepra e  De oculis, Regulae Urinarum  ecc. la regola medica era basata soprattutto sulla dieta e sulla teoria dell’armonia dei quattro umori del corpo: l’ipocondriaco, il bilioso, il sanguigno e il flemmatico. 

[11] Moshe Ben Simon, La presenza ebraica in Sicilia, Agorà X, (a. III, Luglio – Settembre 2002), pag. 13.

[12] Duccio Balestracci, Cadaveri eccellenti il corpo del sovrano nel Medioevo in AA. VV. Quei maledetti Normanni. Studi offerti a Errico Cuozzo per i suoi settant’anni da colleghi allievi, amici, Edito da Jean Marie Martin Rosanna Alaggio, Tomo I, Ariano Irpino Napoli, 2016, Centro Europeo Studi Normanni Università degli Studi Suor Orsola Benincasa. 

[13] Vincenzo Fallica, Bianca di Navarra, Edizioni oltre, Broker Services, Paternò 2000. pp.  63/65.

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2 commenti su “La morte di Federico III d’Aragona presso l’Ospedale di San Giovanni Gerosolimitano a Paternò”

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    Mi sono documentato in molti siti e la data di morte è 25 giugno 1337. Comunque, ottimo impegno nella ricerca e nella stipulazione dell’articolo

  2. Mimmo Chisari (autore)
    Mimmo Chisari (autore)

    Grazie Luca per il commento. A proposito della data della morte di Federico di Federico III vorrei precisare che lo storico Nicolò Speciale nel cap. VIII della sua opera Historia Sicula afferma che Federico III morì nella vigilia del giorno di San Giovanni …”in vigilia nativitatis eiusdem Beati Johannis..” .lo segue un altro storico F. testa che sarà poi ripreso dal Savasta e dal Di Matteo. Nel Repertorio degli Atti della Cancelleria del Regno di Sicilia ho consultato un atto di Pietro II che il 27 giugno 1337 comunica la morte del padre ai Siciliani. Suppongo che la sua morte si stata dunque certificata dopo qualche giorno. In ogni caso una ricerca storica non può limitarsi ai siti Internet ma deve essere approfondita con i documenti…

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