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Paternò non è Hybla Maior

Dopo il periodo di stasi causato dal Coronavirus, il tema della ripresa culturale anche nella Città di Paternò, è diventato sempre più impellente. Ne abbiamo discusso con il Presidente di SiciliAntica Paternò, prof. Mimmo Chisari, e le  archeologhe Simona Trigilia e Lucia Patanè.
A  proposito della Storia della nostra Città c’è molta confusione nell’attribuire, persino, una precisa identità storica all’antica Paternò: Ibla o Inessa e se Ibla quale delle varie Città con lo stesso nome?
“La città di Paternò- dice il prof. Mimmo Chisari-  è stata identificata, da diversi studiosi, con l’antico centro indigeno di Hybla Gereatis (Geleatis e Galeotis). Varie ricerche storiche collegate ad alcune considerazioni di carattere antropologico e demo-filologico (a cui si aggiungono altre analisi mediate dalla Geomitologia, riguardanti la particolare conformazione del territorio caratterizzato dalle Salinelle) confermano, oggi, ancor di più questa ipotesi. Innanzitutto le città dal nome Hybla in Sicilia sono state solo due: Hybla Gereatis  (Paternò) e Hybla Haerea o Maior che viene comunamente abbinata a Ragusa. Lo storico Stefano Bizantino ha creato molta confusione includendo  Mégara Iblea che è stata una colonia greca. Hybla era anche il nome di una dea, venerata nell’omonimo villaggio siculo di Hybla etnea, proveniente dal Vicino Oriente (dall’area anatolica) ancor prima dell’arrivo dei Greci, collegata al mondo animistico e alla mantica dei sogni, dove attraverso l’incubazione, che era una particolare forma di divinazione, i pellegrini ascoltavano prima, probabilmente, da parte di una sacerdotessa indigena, poi dagli indovini Galeoti (frutto della costruzione mitico-propagandistica della politica espansionistica dei tiranni siracusani i cosiddetti Dinomenidi) il responso degli dei. Vari documenti storici e letterari e alcune analisi di carattere stilistico in un raffronto tra Sicilia arcaica e mondo minoico-miceneo, riguardante un settore dell’arte indigena (la statuaria) comproverebbero, con le rispettive argomentazioni, tale ipotesi di lavoro. Hybla non ha niente a che vedere con la Grande Madre (che poi  verrà venerata come la Vergine Maria ecc. in una semplicistica continuazione del Sacro tra mondo pagano e mondo cristiano) ma è stata probabilmente una delle tante divinità indigene venerate ognuna per una propria caratteristica (divinità delle sorgenti o ninfe, dee collegate alla fecondità della terra e quindi alla maternità, sacerdotesse della divinazione ecc.). Pochi o addirittura assenti sono i reperti archeologici che potrebbero avvalorare questa affascinante ipotesi documentando l’esistenza di alcune aree  sacre. Ma su questo potrebbero meglio relazionare le archeologhe Simona Trigilia e Lucia Patanè.
La ricerca archeologica in questo senso ha un’importanza strategica. 
“Paternò è una città ricca di storia e di leggende e, per questo motivo, è giusto coglierne l’ufficialità in modo molto critico, affermano le  dott.sse Simona Trigilia e Lucia Patanè.  Il mezzo con il quale oggi abbiamo il privilegio di valutare le informazioni che il passato ci fornisce è la ricerca archeologica. La ricerca archeologica condotta nel nostro territorio nella prima metà degli anni ’50 ha permesso di individuare reperti sporadici, quindi privi di contesto, rinvenuti casualmente durante le attività di trasformazione agricola, che lascerebbero supporre l’esistenza di forme di culto di cui, però, sconosciamo entità ed ubicazione. Tra questi reperti ricordiamo, in particolar modo, quelli rinvenuti negli anni ’50 dal professore Rizza, nelle contrade Cumma e Castrogiacomo, rispettivamente lungo le pendici sud-orientali ed occidentali della collina. Si tratta di un busto fittile femminile, una testa femminile sormontata da polos e un’antefissa fittile raffigurante una maschera gorgonica e, infine, due syme ad anthemion , ovvero oggetti che potrebbero essere pertinenti ad aree sacre ma che sono stati riutilizzati in contesti funerari e, quindi, non rinvenuti nel loro contesto originario. Questi ritrovamenti mostrano come fosse comune durante l’antichità il riutilizzo di oggetti anche sacri e quanto diventi difficile per noi, oggi, riuscire ad identificare i luoghi che ospitavano il sacro e le divinità ai quali erano votati i culti. Inoltre, non bisogna dimenticare che, spesso, alcuni oggetti ai quali i non addetti ai lavori attribuiscono una natura “sacra”, erano piuttosto comuni in contesti abitativi e funerari e, questo, è il caso di alcuni reperti rinvenuti sulla collina storica. Del resto, gli dei, come i santi, venivano pregati anche in casa. Probabilmente un indizio più attendibile potrebbe riconoscersi nel tratto di muro a grossi blocchi squadrati, scoperto durante le indagini condotte nel 2009 dalla Soprintendenza di Catania accanto alla chiesa della Gancia, che, stando all’interpretazione degli archeologi che hanno condotto lo scavo, potrebbe appartenere ad un edificio pubblico di carattere sacro. L’interpretazione di natura sacra potrebbe derivare anche dall’iscrizione greca, oggi murata nella sagrestia della chiesa della Gancia, la cui lettura è  θυοδόκος ει ̔΄σοδος  tradotta come “accesso per le offerte”. Tuttavia, anche in questo caso, in assenza di una ripresa degli scavi non sarà possibile confermare o smentire l’ipotesi sulla natura sacra del contesto né, tantomeno, l’identità della possibile divinità di culto. È certo che Paternò ha avuto una lunga storia e, come tutte le città antiche, tra i vivi e i morti dovevano trovare spazio anche gli dei. Quale fosse la loro identità e dove si trovassero i luoghi del loro culto è, ad oggi, una questione che rimane nel campo delle ipotesi e che solo la ricerca archeologica potrà risolvere”. 

Historika, una rubrica di:

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