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Il villaggio preistorico di Tre Fontane, una mirabile testimonianza del Neolitico nella Sicilia orientale

È noto che,  nella Preistoria, alcuni villaggi  sparsi  sugli assolati poggi lungo le rive del  Simeto, probabilmente per ragione di carattere strategico ma soprattutto perché uniti da una stessa credenza nella sacralità del luogo dal momento che le religioni modellano le identità dei popoli e i rapporti tra gli individui, si sono riuniti in un unico centro sull’Acropoli dell’attuale Paternò: l’antica Hybla etnea. Tra  questi,  uno dei più conosciuti nella letteratura archeologica è certamente il villaggio di Tre Fontane (Trium Fontium). Un importante sito del Neolitico della Sicilia orientale già indagato nel 1890 da P. Orsi che in seguito  ha riportato i risultati della sua ricerca nel Bullettino di Paletnologia Italiana del 1908. Indagine  proseguita da Corrado Cafici che ha pubblicato il suo studio Stazioni preistoriche di Tre Fontane e Poggio Rosso in territorio di Paternò (provincia di Catania) nel 1914. In esso l’archeologo descrive la topografia del sito, che si trova a pochi chilometri dall’Acropoli di Paternò su un pendio di carattere vulcanico (press’a poco dietro l’attuale altarino di San Giuseppe,  area indicata come Sciaredda)  dov’erano rimasti pochi spazi liberi, non ancora dissodati  per la coltivazione degli agrumi. Riportati in superficie, in seguito ai profondi scavi fatti dai contadini del luogo per trasformare l’arido terreno in aranceto, vengono reperiti, dallo studioso,  diversi resti di ceramica della facies di Stentinello (V millennio a. C.) insieme ad alcuni  oggetti in ossidiana e selce: piccole lame per falcetti e coltellini, punte di frecce e punteruoli  nonché anche altri manufatti più grossolani in quarzite come le grandi asce. Singolare fra tutti, un anello in pietra (di roccia serpentinosa e colore verdognolo con certezza importata)  interpretato ora come un proiettile ora come un braccialetto ornamentale  o forse oggetto simbolico. L’importanza del sito è stata messa in risalto anche da Luigi Bernabό Brea, le cui ricerche sono corredate da foto e disegni, al riguardo, molto esplicativi. In ogni caso tutti questi oggetti ritrovati assieme ad altri resti, che riportano ancora i segni dei pali e dei cannicci a cui erano attaccati, come i frammenti di creta cotta per intonacare le capanne dei villaggi (alcuni dei quali si possono ancora ammirare al Museo archeologico P. Orsi di Siracusa) testimoniano l’arrivo di nuove genti, venuti dal mare, pastori e agricoltori che si sono sostituiti ai cacciatori del Paleolitico. L’antica arte figulina di creare preziosi manufatti in ceramica (vasi, olle ecc.) ora con decorazione incisa a motivi geometrici ora  impressa con il motivo dell’occhio ciliato (dal carattere apotropaico), si è protratta nel tempo fino ai nostri giorni  testimoniata dalle varie fornaci (Prefalaci e Ciappe Bianche limitrofe alla contrada di Tre Fontane)  che tutt’ora si possano individuare nel territorio di Paternò. 

Historika, una rubrica di:

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