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Gli Argenti di Paternò al Pergamonmusem di Berlino: una vicenda assai rocambolesca ancora tutta da chiarire

In uno (79) dei suoi preziosi taccuini, che documentano i tanti reperti archeologici ritrovati nelle sue occasionali ricognizioni nel territorio di Paternò, Paolo Orsi così annotava: «Il tesoretto di piattelli di argento acquistato e poi venduto il mese scorso dallo Sboto fu rinvenuto sotto il castello di Paternò lato di mezzogiorno a fior terra…attorno al torrione normanno che sta sul colle, ed in mezzo a ruderi di piccola taglia». Questa notazione del famoso archeologo si riferiva a una vicenda diventata, ormai, leggendaria nella tradizione orale dei Paternesi: il ritrovamento, nel 1909, di un tesoretto di argenterie greco-romane da parte di una contadina che lavorava nei campi, venduto in seguito per poche lire a dei truffatori catanesi. Successivamente ad opera di Antonio Capitano, commerciante di reperti archeologici di provenienza clandestina, e del suo socio Silvio Sboto il tesoro (si presume formato all’origine di otto contenitori come ha sottolineato l’Orsi, nel 1912, dando notizia del ritrovamento ormai disperso) fu trasportato a Napoli. Alcuni di questi reperti, in seguito, furono venduti a due commercianti parigini: Cesare ed Ercole Canessa. I Canessa, dopo aver fatto eseguire dei lavori di restauro ad Alfred Andrè (che forse adattò un’ansa, non pertinente al contesto, alla Pisside a rocchetto), trattarono, tramite la mediazione di un noto personaggio, il dott. Jacob Hirtsch, la vendita dei famosi argenti a R. Zahn   conservatore dell’Antiquarium dei Musei Reali di Berlino. Zahn comprò il primo pezzo nel 1911 e successivamente (nel 1913 e nel 1914) acquisì gli altri sei pezzi prima come prestito e poi in virtù di una definitiva donazione della ricca famiglia Von Siemens. La consistenza del tesoro doveva però superare i sette esemplari esposti, attualmente, al  Pergamonmusem di Berlino (presentati nel 1996 nella mostra I Greci d’Occidente – Venezia Palazzo Grassi, poi in mostra temporanea, dal 1 ottobre 2005 al 15 gennaio 2006, al Museo Archeologico Ibleo di Ragusa e in seguito per un breve periodo anche nei locali del Piccolo Teatro alla Loggetta delle Benedettine di Paternò) e cioè:  una Pisside a rocchetto, una Pisside a conchiglia (che non è stata inserita nell’elenco fatto da P. Orsi nel 1912), una Olpe o Bicchiere con baccellature, tre Kylix e una Phiale chrysomphalos. L’ipotesi è suffragata dal fatto che nella foto di R. Zahn, scattata agli inizi del ‘900, tra gli argenti fa spicco, anche, un altro reperto costituito da una bottiglietta su piccolo piedistallo. Il tesoretto di Paternò, realizzato molto probabilmente, tra il 300 e il 400 a. C., a Taranto nella Magna Grecia, può essere considerato come il complesso di argenterie più antico tra i rari rinvenimenti dell’Italia Meridionale. I pezzi in argento, forse tesoro d’accumulo o bene da saccheggio, passarono dalle mani di diversi proprietari come si evince da alcune iscrizioni in greco contenenti i loro nomi. Resta tutt’ora il mistero di quale fosse la sua vera consistenza dì origine e attraverso quale percorso il tesoretto sia potuto arrivare da Taranto a Paternò.  

Historika, una rubrica di:

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