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Cellule staminali nella cura del Covid. Intervista alla dott.ssa Elisa Caruso

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Tra le cure contro il Covid-19 non solo vaccini. Oggi una nuova speranza grazie ai diversi ricercatori che in questi mesi si sono concentrati anche sugli effetti che le cellule staminali mesenchimali sembrano avere nella cura del Coronavirus. Di quest’ultimo aggiornamento legato alle neomamme, ne abbiamo parlato con la dott.ssa Elisa Caruso, specializzata nella prevenzione e nel trattamento della patologia ostetrica e ginecologica e nella diagnostica specialistica di base. La speranza dei ricercatori è principalmente dovuta al potere immunomodulatorio che possiedono le cellule staminali e che consentono di prevenire la tempesta molecolare infiammatoria generata dal virus. I preziosi suggerimenti arrivano direttamente dagli Studi Uniti dove la ricerca si è concentrata sulle cellule staminali mesenchimali del cordone ombelicale infuse per via endovenosa. La sperimentazione clinica è stata avviata da un team di ricercatori e ha già ottenuto l’approvazione della Food and Drugs Administration (l’ente che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici).  Perché buttare via le cellule staminali mesenchimali ricavate dal cordone ombelicale di un bimbo appena nato?
“La conservazione delle cellule staminali del cordone ombelicale è un procedimento molto importante che può portare a risultati straordinari e salvare la vita”, ha confermato la dott.ssa Caurso.
Spiegandoci inoltre che le cellule, se ben conservate, possono curare importanti malattie, in particolare quelle oncoematologiche.
Perché credono sia utile conservare queste cellule? 
Per quanto riguarda il diabete possiamo dire che abbiano un’azione antinfiammatoria e immunomodulante, contrastano la tempesta di citochine, e hanno anche un’azione antivirale e antibatterica promuovendo la rigenerazione dei tessuti. Tutte qualità che aiuterebbero anche contro il Coronavirus. Si arriva a classificarli come benefici quando le cellule che vengono iniettate endovena rimangono intrappolate nel filtro costituito dai polmoni. Ideale, dunque, se si parla di Covid 19.
Ma nello specifico, in Italia, se una mamma decide di conservare le cellule del cordone ombelicale dopo la gravidanza, come funziona? 
Per far sì che questa diventi una potenziale terapia, il genitore può fare due tipi di scelta.
La prima è quella di donarle alla collettività e conservarle tramite una struttura pubblica che mette a disposizione della collettività tutti i campioni ricevuti per la cura dei soggetti che ne hanno bisogno immediato. In questo caso, il genitore o il bambino ne perdono il diritto all’utilizzo.
La seconda è quella di affidarsi ad una struttura privata che, prelevate le cellule, può conservarle per un periodo di tempo determinato e metterle a disposizione del donatore al momento più opportuno. In questo caso, se le cellule restano ben conservate possono essere utilizzate per la cura di eventuali malattie future del bambino. La conservazione privata ha dei costi che variano a seconda della scelta del tipo di struttura che si sceglie, ha spiegato la dott.ssa Elisa Caruso.
I risultati ottenuti seguendo questa nuova terapia sono dei risultati importanti, soprattutto se si pensa che è stata in grado di salvare il 100% dei pazienti trattati di età inferiore a 85 anni, e più del 90% dei pazienti trattati di ogni età, con il più anziano che aveva 86 anni. La scoperta è da ritenersi importante anche per altri tipi di ricerche. Da un singolo cordone ombelicale si riescono a produrre oltre 10mila dosi terapeutiche. Anche a Catania ormai la prassi della conservazione del cordone ombelicale è molto diffusa. Sono centinaia le mamme e le famiglie che scelgono di conservare il cordone, spesso avvalendosi dei servizi di conservazione privati. Insomma, conservare il cordone è un investimento che ti può salvare la vita. 

di Martina Rapisarda

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