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Hospitalia nell’antica Paternò. Le origini e le varie sedi nel corso dei secoli- I parte

Mappa antica Paternò

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L’Ospedale di Paternò, documentato da una pergamena del periodo normanno (1122) con cui il Conte Enrico di Policastro dona al monastero di S. Maria della Valle di Josaphat la Chiesa di S. Maddalena (oggi non più esistente) con l’ospedale sotto il Castello, è uno dei più antichi della Sicilia. Tale donazione (chiesa cum hospitali) viene confermata in altri due diplomi (14 luglio 1124, maggio 1134) da Mauritius, Vescovo di Catania, che accordò altre prerogative al monastero benedettino[1]. Negli scavi effettuati nel 2007 dalla Soprintendenza ai BB. CC. e AA. di Catania, con la collaborazione dei volontari di SiciliAntica, a nord della Chiesa di Santa Maria della Valle di Josaphat è stato messo in luce il relativo cimitero con la scoperta di una tomba probabilmente appartenente a uno dei primi monaci giunti a Paternò dalla Normandia al seguito del Gran Conte Ruggero d’Altavilla. Nella tomba, sul petto di uno degli scheletri, è stata ritrovato uno splendido esemplare di enkolpion in bronzo (croce). I resti ritrovati, custoditi adesso nel deposito del Museo Civico G. Savasta sez. archeologica, se sottoposti a un’indagine diagnostica da parte di un equipe di esperti paleopatologi potrebbero, in seguito, fare scoprire interessanti novità sul rapporto tra medicina, ambiente sociale ed epoca storica. La pulitura della croce ha messo in evidenza la figura di un Cristo Crocifisso con la testa girata a sinistra e ai lati le figure stilizzate della Madonna e di San Giovanni[2], protettore dell’Ordine dei Cavalieri Gerosolimitani. I fondatori dell’antico ospizio, originariamente, erano stati mossi dallo spirito di carità cristiana accogliendo i reietti, gli infermi e i poveri pellegrini ma, di certo, conoscevano anche gli elementi essenziali della Medicina Medievale che, attraverso la leggendaria Scuola Salernitana, si ricollegava alla tradizione ippocratea senza trascurare gli apporti della sapienza orientale. L’origine della Scuola Salernitana, la più antica e prestigiosa Istituzione medica dell’Europa medievale, frutto dell’incontro tra l’antica d’Oriente e quella d’Occidente, è circonfusa da un alone leggendario, anche se sappiamo che nell’820 a Salerno fu fondato un ospedale mentre nel sec. XII si costituì un’Università[3]. Nel periodo buio quando l’Italia era devastata dalle invasioni barbariche, in una fredda e piovosa notte invernale, sotto l’arco dell’acquedotto Arce di Salerno ormai semidistrutto dal tempo, s’incontrarono quattro pellegrini che praticavano l’arte della medicina: il greco Areteo, il romano Antonio (che presentava una lunga ferita al braccio), Isacco, l’ebreo, e Abdul d’Aleppo che professava la religione del Profeta. Areteo vedendo soffrire Antonio, che addirittura era assai febbricitante, propose subito di mettere della melissa intorno alla ferita. Per Abdul sarebbero stati più efficaci degli impiastri di ruta, mentre Isacco l’avrebbe curato con un unguento di nepitella e miele misto a isopo. Anche lo stesso Antonio, però, aveva la propria terapia: avrebbe aspettato l’alba per potersi impossessare di un gallo nero e, dopo averlo spaccato in due, metterne le viscere gelatinose, come toccasana, sulla ferita dolente. Ebbene, nella tradizione orale paternese si ha memoria che la stessa terapia del gallo, come rimedio per rimarginare una vistosa e sanguinante ferita al capo, è stata applicata all’incirca fino agli anni quaranta nell’immediato dopoguerra. Da ciò si evince, com’è altresì attestato da testimonianze storiche, che non tanto tempo fa, soprattutto presso il popolo, anche a Paternò gran parte delle terapie mediche erano collegate ad antichi saperi, patrimonio di una cultura orale dove un confine, assai labile, separava la Medicina dalla magia, il medico dal guaritore e la Scienza Farmaceutica dall’Erboristeria. Probabilmente a Paternò nell’era cristiana, come nel resto della Sicilia, esisteva qualche cenobio, in dipendenza di una domus episcopi, dove venivano curati i malati e i pellegrini. Ancora prima, al tempo dei romani, c’era il cosiddetto valetudinarium per i malati, mentre i viaggiatori potevano, dopo aver accudito i cavalli nelle stationes, riposarsi nelle mansiones. Nel Medioevo, soprattutto intorno all’anno Mille, le strade erano diventate insicure e i pellegrini, dopo aver superato le insidie della natura come il guado di alcuni fiumi durante la piena, i cui ponti erano da secoli crollati, e i pericoli dei latrones che occupavano tutti i passi strategici delle più importanti arterie di comunicazione, trovavano accoglienza negli ospizi, definiti anche hospitalia (domus hospitales) o xenodochia  (luoghi per accogliere gli ospiti) collegati ai monasteri e alle chiese. A partire dal XIII secolo incominciarono a diffondersi, in Europa, anche le locande a pagamento per i mercanti, i pellegrini e i viaggiatori più facoltosi. Gli hospitalia e gli hospitia gestiti dalle Organizzazioni religiose accolsero, così, solo i poveri e i malati trasformandosi, nel corso dei secoli, negli Ospedali e Case di ospitalità di oggi. 

Dopo la cacciata degli arabi, con l’arrivo dei Normanni in Sicilia, se da una parte si avvia il processo di latinizzazione del Meridione con la diffusione del culto latino e l’istituzione di varie abbazie benedettine in contrapposizione ai centri monastici basiliani di rito greco-bizantino, dall’altra incominciano a ramificarsi alcuni ordini Cavallereschi come gli Ospedalieri, i Templari e i Teutonici che accanto all’Ordine di Santa Maria della Valle di Josapfat si adoperarono per la costruzione e la gestione degli hospitalia, edifici adatti ad accogliere i poveri viandanti e i pellegrini che si recavano in Terra Santa. Ad essi, nel Trecento, si affiancarono i Cavalieri di San Giacomo di Altopascio, ordine fondato in Toscana, che erano presenti soprattutto a Enna, Vizzini e Mineo per difendere i pellegrini dalle aggressioni di eventuali malviventi e proteggerli nei loro hospitalia durante la notte. L’altro ordine dedicato al Santo Apostolo e operante in Sicilia, era quello di San Giacomo della Spada. A Paternò, agli inizi del Quattrocento, documenti storici testimoniano un Oratorio, intitolato a San Biagio, fuori le mura di Paternò dedicato a San Giacomo (prope menia) fondato da Donna Perna vedova di Bartolomeo Passanti[4]. Nel Medioevo il territorio di Paternio fu un crocevia per lo scambio di merci e un importante punto di transito nel sistema viario che collegava la parte sud-orientale della Sicilia con Messina nella cui zona portuale confluivano tutti i pellegrini diretti a Gerusalemme e a Santiago di Compostela. Nel secolo XII venne fondato il monastero di Santa Maria della Valle di Josaphat, collegato con il Priorato della Terra Santa, che raccoglieva i vari prodotti agricoli e i tanti pellegrini, trasportati, poi, nei territori d’Oltre Mare in Palestina attraverso il porto di Messina. Nella Chiesa di Santa Maria Maddalena sita sotto il Castello si fermavano i pellegrini provenienti dalla piana di Catania che preferivano evitare la costa ionica “allora stritta impacciusa e pitrusa”, nonché insicura per i passi di Taormina e Sant’Alessio, e puntare sul versante occidentale dell’Etna  per valicare il Vulcano presso Maniace e raggiungere, così,  la via Francigena della piana di Milazzo, che ricordava nel nome la via Francigena del Settentrione d’Italia che conduceva dalle Alpi a Roma e  a Santiago di Compostela[5]. Alcuni monasteri come quelli sul versante meridionale dell’Etna S. Leone di Pennacchio, S. Nicolò de Arena e S. Maria di Licodia (che si affacciava sulla Valle del Simeto) oltre che a costituire una sorta di frontiera a contrastare o meglio a integrare l’elemento musulmano svolgevano soprattutto la funzione di ospedale per i monaci infermi e ricovero ai viandanti e pellegrini che provenivano dalla via montana quae venit a Messana in Adernionem[6]. Il monachesimo benedettino, di fatto costituì un fattore unificante dell’Europa medievale in quanto contribuì in modo determinante a ricostruire quell’identità culturale e religiosa tipicamente occidentale che, nel corso dei secoli, dopo la caduta dell’Impero Romano, che si era sempre più disgregata a causa dei vari popoli che avevano invaso i suoi territori. Gli ordini monastici condussero anche una vera politica di meccanizzazione nei loro monasteri con lo sfruttamento dell’acqua non solo come forza energetica per il funzionamento dei mulini ma anche come igiene, costituendo così una prima prevenzione contro le malattie batteriche. 


[1] Carmelo Ardizzone, I Diplomi esistenti nella Biblioteca Comunale ai Benedettini, Catania, 1927. Diplomi n. 3 (pag. 25), n. 7, n. 8.

[2]Lucia Arcifa e Laura Maniscalco a cura di, Dopo l’Antico, Ricerche di archeologia medievale, Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Catania, Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, 2016, pagg. 72/75. 

[3] Prima scuola di medicina dell’Occidente cristiano, fondata tra il nono e il decimo secolo sec. Essa deve la sua fama e la ricca produzione culturale alla posizione geografica della città, collocata nel cuore del Mediterraneo e al centro degli scambi economici e culturali con l’Oriente e l’Africa. I principi della S. m. s. si basano sulle teorie di Ippocrate (da cui Salerno meritò il titolo di Hippocratica Civitas), sugli scritti medici tradotti dall’arabo da Costantino africano, monaco della vicina Montecassino, e soprattutto sulle conoscenze maturate nella pratica medica quotidiana. Nel 13° sec. la Scuola ottenne dall’imperatore Federico II il privilegio di essere l’unica facoltà medica del Regno. Fu soppressa nel 1811 da Gioacchino Murat in occasione della riorganizzazione dell’istruzione pubblica nel Regno di Napoli.

[4] Henri Bresc, Universitè Paris X-Nanterre, Le culte de Saint Jacques en Sicile et les dèdicaces des èglises (XII-V siècle), pag. 58, in Atti del Convegno Internazionale di Studi, Santiago e la Sicilia, Messina, 2-4 Maggio 2003, Edizioni Compostellane, 2008, pag. 58.

[5] A cura di Giuseppe Arlotta, presentazione di Paolo Caucci von Saucken, Guida alla Sicilia jacopea, Centro Italiano di Studi Compostellani, Università degli Studi di Perugia, Edizioni Compostellane, 2004.

[6] Antonio Mursia, Abbazie, Priorie e Grangie Benedettine a Catania e sul versante meridionale dell’Etna tra XI e XIII secolo, Estratto da Benedettino Italiano, Anno 61 – Fasc. ni 1 gennaio- giugno 2014, Centro storico benedettino italiano, Abbazia S. Maria del Monte – Cesena pag. 69/78.