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Inquisiti e inquisitori nella Paternò del XVI secolo . Familiari del Sant’Uffizio e condannati al rogo – II parte

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 Nella prima celebrazione di Atto di fede avvenuta a Palermo a piano Delli Bolognini il 15 agosto del 1573, a cui intervennero oltre che il Vicerè e il Senato molti nobili e una grande moltitudine di popoli, venne portata per la prima volta la Croce verde del Sant’Uffizio. Durante la spettacolare e tragica manifestazione dei condannati alla pena capitale da parte del Tribunale, otto rei furono rilasciati in statua e tre condannati rilasciati in persona. Altri furono riconciliati, alcuni abiurarono de vehementi mentre altri de levi[1]. Fra gli abiurantes de levi viene citato un tale Giulio Azzarello da Paternò, il quale esercitava la professione di impiegato di Banca ed era stato accusato di aver affermato che nell’ostia consacrata non vi fosse realmente presente il corpo di Cristo[2]. Spesso gli Autos da fè [3]si trasformavano in dei veri e propri spettacoli, come ai tempi dei Romani quando venivano allestiti i ludi circenses. Nella piazza, dove si svolgeva l’evento, veniva fabbricato un anfiteatro in legno, con degli specifici settori riservati alle autorità. Vi erano anche alcuni locali adibiti a ristoro e altri dove si potevano comprare varie mercanzie: si trattava, in altri termini, di un vero e proprio spettacolo dove alla crudeltà del sacro si univa la banalità del profano con i nobili che banchettavano guardando gli eretici bruciati[4] dalle vivide fiamme. Potrebbe riferirsi al periodo dell’Inquisizione a Paternò o almeno alludere, con simboli, a siffatti avvenimenti un raro disegno a inchiostro del Castello normanno, rappresentato ancora con la merlatura e la cinta muraria alla base. Esso fa rivivere un momento drammatico della Città, quasi apocalittico in quanto nella rappresentazione dei draghi volanti[5] (ceraste) si avvicinano minacciosi alla poderosa costruzione e alcune fiamme si alzano verso il cielo dall’alto della terrazza della torre. Esalazioni vaporose e fumarole emergono, ancora, dal luogo dov’è ora ubicata la leggendaria e misteriosa cappella Cutore, mentre una forca s’innalza in quello che potrebbe essere individuato come l’attuale slargo di S. Francesco di Paola nella Città bassa. I draghi sono diventati simbolo della Città di Paternò, che ha come stemma del suo gonfalone una Torre normanna incorniciata tra due ceraste[6]. Il disegno presenta molte rassomiglianze con le raffigurazioni che sono state scoperte a Palazzo Steri a Palermo dove dal 1623 al 1782, in nome di Dio, migliaia di innocenti furono torturati dai carcerieri del Tribunale del Sant’Uffizio dopo essere stati privati di tutti i loro averi. Oltre a Palazzo Steri anche a Palazzo Reale e in pieno centro, nel quartiere mercato della Ucceria, vi erano altre camere degli orrori per la tortura che addirittura veniva espletata in vari formulari e codificata nei suoi vari modi di applicazione e tempi: supplizio con la trave, uso del parvum horologium pulverem (clessidra o ampolletta) ecc.[7] Molti dei torturati, i pazzi[8] o i cosiddetti uomini di “tenace concetto”, si rifiutarono di pentirsi e furono arsi al rogo. Considerando tutto ciò, il disegno dell’antica Paternò potrebbe far pensare, pertanto, a un momento di qualche pestilenza o alla distaccata testimonianza di come la giustizia civile o l’inquisizione puniva i criminali[9]. Secondo un’ulteriore, ma non ultima, ipotesi il disegno avrebbe potuto rappresentare una rivolta popolare contro i nobili e il potere ecclesiastico, dato che, a incominciare dal 1517, a Paternò si erano registrati tante turbolenze e vari fatti di sangue dovuti ad agitazioni e tumulti della popolazione nei confronti del viceré Ugo Moncada che aveva esercitato il suo potere con crudeltà e sprezzante superbia. Molte bande di criminali che avevano invaso la città saranno poi sgominate dal Conte Antonio Moncada, nominato capitano d’armi per i distretti di Catania, Adernò e Paternò. Spesso, però, le compagnie d’arme istituite nel 1543, formate da un capitano e da dieci uomini, non attuavano una vera e propria giustizia perché diedero prova, in genere, di inefficienza e complicità con le bande arruolando pregiudicati e criminali. Molti delitti, compiuti da persone protette da uomini di potere, restavano impuniti. Ecco perché molte persone, sfiduciate, spesso non denunciavano i soprusi di cui erano vittime. Nonostante, nel periodo dell’Inquisizione, con molta probabilità in certi quartieri di Paternò vivevano donne guaritrici, esperte nella magia bianca o simpatica, che aiutavano le persone a guarire da certe malattie, e vecchie megere, che operavano incantesimi e sortilegi, i documenti fino adesso in nostro possesso, non registrano molti processi di streghe, provenienti dal territorio paternese, ma riportano solo il caso di due giovani donne, non ebree, condannate al rogo per magaria come si evince da alcuni atti notarili dell’epoca. È, invece, minuziosamente documentato il processo super magariam, svoltosi nel 1555 in Messina, contro Pellegrina Vitello accusata da cinque donne (quattro pinzochere e una serva) di compiere atti di magia attraverso l’uso di un cuore di cera trafitto da alcuni spilli. Subito dopo il processo, protrattosi per un breve periodo (circa quarantadue giorni), durante il quale la magara non confessò la sua colpa nemmeno sotto tortura, la strega Pellegrina fu consegnata al braccio secolare. Indi, dopo alcuni atti penitenziali, fu pubblicamente frustata e accompagnata al patibolo per essere arsa viva. A Paternò, per quanto ci risulta, non furono registrati casi di condanne per sodomia o altro ma la maggior parte dei processi si svolsero contro gli ebrei. Difatti a poco a poco la comunità degli ebrei, spogliata dei propri beni e delle proprie ricchezze, scomparve dalla memoria storica e dal territorio. Perfino gli antichi cognomi, col tempo, si estinsero dal momento che i nati appartenenti a famiglie di ascendenza ebraica   venivano indicati con i toponimi di città che hanno assunto un significato etnico: quello di Paternò, il tale di Messina, di Milazzo, di Palermo, ecc. Oltre ai toponomi sono scomparsi anche molti altri documenti scritti e monumentali. Una delle poche testimonianze della presenza in Sicilia, o meglio la più antica testimonianza architettonica degli ebrei d’Europa, è costituita dall’Aron o altare sacro, riferibile all’anno 1454, conservato oggi all’interno della chiesa del SS. Salvatore di Agira. Originariamente collocato nella sinagoga di via Santa Croce, diventata, dopo la cacciata degli ebrei, l’Oratorio della Chiesa di Santa Croce. L’altare conteneva un’iscrizione che è stata decifrata nel modo seguente: Casa di Giacobbe, venite camminiamo alla luce. Un altro Aron, ancora in fase di studio per poterlo ben contestualizzare e definirne l’esatta cronologia, è stato scoperto recentemente nella cittadina di Assoro.  Nell’isola di Ortigia, nella zona della Giudecca, si possono ancora ammirare i resti di un bagno (Miqweh), utilizzato dagli ebrei per la loro   purificazione rituale necessaria a cancellare i peccati. Questo bagno, da collocare con molta probabilità al VI secolo d. C., per la sua integrità e unicità, viene considerato la più antica costruzione di questa particolare tipologia architettonica esistente in tutta l’Europa. Tempo fa nel nuovo clima di fratellanza, di pace e reciproca comprensione instauratosi tra Ebraismo e Cattolicesimo, l’arcivescovo Lorefice della Curia di Palermo ha concesso, in comodato, l’oratorio di Santa Maria del Sabato alla Meschita, sita nell’antico quartiere ebraico del centro storico, alla comunità ebraica della Città[10]


[1] Nel medioevo esistevano varie forme di abiura proporzionate alla gravità degli indizi di eresia in capo all’abiurante, ma tutte sono costituite da due elementi, da una parte il rinnegamento dell’eresia dall’altra l’affermazione della vera fede. Esiste un’abiura minore, in forma privata alla sola presenza del notaio e due testimoni per i soli sospetti non pubblici e per gli sponte redeuntes, mentre per i suspecti publici de levi ovvero de vehementi o di confessione piena è prevista l’abiura pubblica in occasione del sermone generale di chiusura del processo.

[2] «Ogni parere discordante dall’ortodossia cattolica era considerato eretico. Sarebbe meglio non parlare affatto dei teologi e non smuovere questa palude Camarina, quest’erba puzzolente, perché questa genia di uomini è altezzosa e litigiosa al massimo e potrebbe aggredirmi con una caterva di argomentazioni costringendomi a ritrattarmi. Se poi rifiutassi mi accuserebbero di eresia, perché hanno l’abitudine di scagliare questo fulmine quando qualcuno non è troppo nelle loro grazie». Erasmo Da Rotterdam, Elogio della follia, Newton Compton Editori,2014.

[3] È la proclamazione solenne della sentenza dell’inquisitore. Si faceva un corteo, per lo più in giorno festivo; e vi partecipavano i giudici e i funzionari (familiari) dell’inquisizione, gli ordini religiosi del luogo e i rei, rivestiti del sambenito. Giunto il corteo alla piazza, ove precedentemente era stato eretto un palco, si leggevano le sentenze, avevano luogo le abiure e le riconciliazioni pubbliche, si consegnavano alla giustizia secolare i relajados o condannati a morte. La pena poi s’infliggeva alla presenza del notaio. Può essere avvenuto in qualche caso che l’esecuzione abbia avuto luogo sulla piazza medesima dell’autodafé, subito dopo letta la sentenza, ma in generale, consegnato il reo al potere civile, i giudici dell’inquisizione si ritiravano col loro seguito. L’autodafé era quindi un atto distinto dall’esecuzione della sentenza. Si diceva autodafé generale quello in cui i processati e condannati erano numerosi e per diversi motivi. Vi erano o potevano esservi allora quelli che dovevano essere bruciati vivi come impenitenti; quelli destinati al rogo dopo aver subito la tortura e condannati a morte come eretici, sebbene pentiti; le statue dei condannati a esser arsi in contumacia; i riconciliati e i sospetti d’eresia che abiuravano. Autodafé particolare aveva luogo quando vi erano solo pochi rei, e non si celebrava con l’apparato e la solennità di quello generale, ma v’interveniva soltanto il Sant’Uffizio e il giudice ordinario, per il caso che vi fosse qualche relajado. Infine, autodafé semplice era quello a cui prendeva parte un solo reo, ed era tenuto, secondo le circostanze, in chiesa o sulla piazza pubblica. (Enciclopedia Italiana Treccani).

[4] Ancora fino a qualche anno fa a Paternò si usava l’espressione “Arsa l’arma” come imprecazione (possa essere tu maledetto per l’eternità!) verso colui che si riteneva colpevole di aver commesso un peccato di infamità o comunque di non aver seguito le norme del vivere cristiano.

[5] L’immagine del drago, diffuso tra i motivi decorativi (come i basilischi e gli unicorni, tratti dai bestiari medievali e carichi di significati simbolici) nell’arte e nell’architettura medievale già a partire dell’età romanica, è presente in un esemplare di protomailoca del tipo di Gela, datato al XIII-XIV, e proveniente dallo scavo, eseguito dalla Soprintendenza di Catania nel 2007, a nord della Chiesa di Cristo al Monte. Laura Maniscalco, Il Museo Gaetano Savasta e le aree archeologiche del territorio di Paternò, Servizio Soprintendenza per i Beni Culturali ed Ambientali di Catania unità Operativa X – Beni archeologici, Regione siciliana, Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità siciliana, Dipartimento dei beni culturali e dell’Identità siciliana. 

[6] I draghi sono comuni nell’araldica medioevale. Essi generalmente sono provvisti di due ali che fungono anche da zampe anteriori e una lunga coda serpentiforme. Soprattutto col nome di viverne si trovano con in due culture o tradizioni leggendarie: nella cultura medioevale italiana e in quella inglese. Una delle viverne più famose del folklore medioevale italiano è il Thyrus (nome in latino) o Tiro di Terni.

[7] Salvatore Pedone, La Vucceria, Teatro di tortura in Società, spettacoli, cultura, sport, Palermo XII la Repubblica, Sabato, 2 luglio 2016.

[8] Come insegna la psicanalisi, ogni politica o sistema di esclusione dell’Altro genera al suo interno quello che ha cercato di rigettare ferocemente all’esterno. In questo senso l’Inquisizione, che puniva i pazzi (coloro che deliranti uscivano fuori dalla regola), conteneva in sé l’insano progetto di eliminare, senza nessuna prova o meglio facendo ammettere con la tortura delitti mai commessi, persone innocenti. Massimo Recalcati pag. 62 la Repubblica, domenica 20 maggio 2016, Scacco alla ragione il paradosso antico della nave dei folli (Stultifera navis).

[9]Francesco Giordano, Un unicum storico: la più antica veduta di Paternò, pag 121/126 in Ricerche, C.R.E.S., Periodico semestrale di Ricerca economica e scientifica, Anno 13, N1, Gennaio-Giugno 2009.

[10] Daniele Ienna, Religioni /L’Isola e la Torah 500 anni dopo (Società, spettacoli, cultura, sport) pag. IX (la Repubblica, mercoledì 11 gennaio 2017.