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Bernardino Luini, “Salomè riceve la testa del Battista”, olio su tavola, 1525 ca.

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Se non fosse per le “Antichità giudaiche” di Flavio Giuseppe, uno storiografo ebreo vissuto nel I secolo, non avremmo mai saputo che la fanciulla legata alla decapitazione del Battista si chiamasse Salomè; coerentemente alla narrazione che la vuole strumento del martirio in balia della madre, nei vangeli viene presentata solo come «figlia di Erodiade».

Dopo aver deliziato Erode Antipa con la sua danza, Salomè, chiamata a esprimere qualsiasi desiderio, deroga infatti la scelta alla madre che la istiga a richiedere la testa del profeta; quest’altro era stato imprigionato dal sovrano, reo di aver condannato pubblicamente la sua relazione con Erodiade, moglie del fratello.

In questo dipinto, Luini adotta un modello compositivo a tre voci che si attiene alla narrazione dell’evangelista Marco (Mc 6, 14-29) proprio per l’inclusione della figura della guardia, assente invece nel passo omologo di Matteo (Mt 14, 1-12). Salomè allontana lo sguardo dalla barbara vista, ma non mostra un’espressione turbata come in altre rappresentazioni.

Più che ai testi sacri, la Salomè del Luini risponde al confronto con il modello leonardesco; è palese il riferimento alla celeberrima “Testa di fanciulla”, tradizionalmente detta “La Scapigliata”, dalla quale sono mutuati l’inclinazione della testa, le palpebre abbassate, la bocca appena dischiusa che sembra sussurrare alla serva lì accanto. Non è affatto bizzarro, pertanto, che il dipinto fosse stato inizialmente attribuito a Leonardo, quando l’opera giunse a Firenze nel 1792.

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