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Di mancanza di organizzazione e professionalità – Ospedale San Vincenzo Taormina

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Lettera aperta

Oggetto: Richiesta pagamento quota ticket di Pronto Soccorso

Il P.O. San Vincenzo di Taormina mi chiede il pagamento di euro 25 per “le cure erogate” in data 17 agosto 2021 alle ore 03.50.

Naturalmente io ho pagato quanto richiesto, perché sono un cittadino che rispetta la legge e le regole anche quando le stesse lo lasciano assai perplesso.

Ma qui mi preme spiegare, raccontare e sottolineare che: 

Di fatto NON mi è stata erogata nessuna cura. 

L’ospedale San Vincenzo ancora una volta, per quanto mi riguarda(tranne rare eccezioni che confermano la regola), dimostra una tragica mancanza di organizzazione, di gestione del paziente e di professionalità.

Se state male, evitate di ricorrere a questa struttura, mi duole dirlo, ma lo dico per esperienza personale. 

In sintesi: 

Sono arrivata al pronto soccorso alle 03.50 del mattino. 

Da circa otto giorni avevo la febbre molto alta e la tachipirina non sortiva effetti. La febbre calava a fatica per ritornare qualche ora dopo. Avevo avuto dei sintomi di cistite poi scomparsi, ma restava un lancinante dolore ai fianchi. 

Mi ero rivolta al medico di base che mi aveva suggerito un controllo da un urologo e delle analisi, ma dato il periodo vacanziero non era stato facilissimo riuscire ad eseguire la sua prescrizione. 

Quando, poco prima dell’alba, sono arrivata al Pronto Soccorso, preoccupata perché la febbre non andava giù e perché i dolori ai fianchi erano sempre più acuti, al Pronto Soccorso c’era una estrema quiete: due persone sedute fuori (presumibilmente angeli custodi di chi stava dentro), e all’interno (come ho avuto modo di vedere poco dopo) c’erano persone allettate, alcune dormienti e parecchio silenzio. Non ho notato nessun particolare allarme. Regnava una situazione generale da codice bianco. Anche il mio caso è stato classificato un codice bianco. 

Circa un’ora dopo il mio arrivo, alcuni ragazzi urlanti hanno condotto un amico che pareva stare piuttosto male. È stato subito accolto e il suo problema, quale che fosse, è stato risolto subito. I ragazzi sono andati via ed è ritornata la calma e il silenzio. 

Una decina di minuti dopo essere arrivata, mi è stato fatto un tampone per il Covid-19, risultato negativo. 

Circa quaranta minuti dopo, vengo chiamata all’interno. Il cortese medico di guardia mi chiede cosa io abbia. Spiego che ho la febbre che va e viene da circa otto giorni e che tende a essere e rimanere alta. Aggiungo che ho avuto un poco di cistite nei giorni precedenti ma che al momento non ho sintomi di cistite. Dico diavere la febbre e dei forti dolori ai fianchi. 

NON mi viene misurata la febbre.

NON mi viene fatta né una ecografia né una TAC.

NON viene chiamato nessun urologo di turno. 

NON mi viene data nessuna indicazione.

Mi si chiede di accomodarmi fuori.

Circa un’ora dopo vengo richiamata e mi viene fatto un prelievo di urine. Solo urine. Niente prelievo di sangue. 

Alle 08.30 del mattino sono ancora seduta fuori, su comode panchine in ferro, sfinita, (la febbre nel frattempo ritorna, passo da vampe di calore a brividi di freddo) ad attendere l’esito dell’esame delle urine. Quando ormai il sistema nervoso è a pezzi, busso;l’infermiere cortese, che apre la porta, mi spiega che non ci sono ancora i risultati del mio esame, che non è in grado di darmi indicazioni circa i tempi di attesa “perché c’è confusione”, confusione che io non vedo, né all’esterno né all’interno. L’infermiere non è in grado di dirmi nemmeno quando potrò conferire con un medico (nel frattempo c’era stato il cambio di turno). 

Alle 08.45 vado via per sfinimento senza avere mai più visto un medico, senza avere mai avuto il risultato dell’esame delle urine, senza avere avuto nessuna indicazione o prescrizione. 

Il giorno dopo ho provato a telefonare nel tentativo di avere il risultato di quell’esame alle urine, ma non ha mai risposto nessuno.

Mi sono rivolta a un urologo e ho fatto privatamente un esame del sangue e delle urine, secondo la sua prescrizione. L’urologo in questione, quando mi sono recata da lui per il controllo e gli ho raccontato la vicenda, ha osservato: “Lavoro all’ospedale di Siracusa e stiamo messi male, e in questo periodo anche di più, ma di certo, nel suo caso avrebbero chiamato un urologo di turno, e nell’attesa che lui arrivasse, le avrebbero fatto quantomeno una TAC”. 

L’ospedale San Vincenzo ha chiaramente un’idea bizzarra di ciò che significa “erogare cure”, tuttavia sono assai pronti a trincerarsi dietro la comoda frase “il periodo è difficile”, la qual cosa suona tanto come giustificazione barcollante, poiché quando un periodo è difficile, lo è per tutti, mentre qui, ribadisco, c’è davvero una costante incapacità organizzativa, e una incapacità di gestione del paziente, che fa paura. 

È la seconda volta che vivo un’esperienza negativa in questa struttura. (La prima volta fu assai più tragica di questa seconda: dopo avere atteso mesi per un intervento in day hospital al reparto di ginecologia e ostetricia, sono stata un giorno – dalle 7.30 del mattino alle 17.00 con un vestitino di carta e un ago fuori vena nel braccio ad attendere di essere chiamata. Alle 17.00 la gentile dott.ssa ha predisposto una flebo perché fossi idratata, essendo a digiuno e senza bere dalla sera precedente, il braccio si gonfia e mi viene detto che forse si riuscirà a farmi l’intervento dopo le 19.00… che non significa nulla, anche tre giorni dopo sarebbe “dopo le 19.00”. Sono andata via). 

Ripeto, duole dirlo, ma non è così che dovrebbe funzionare. Questo non è erogare cure, non è curare, in nessun senso. Non metto in dubbio la gentilezza e la capacità dei singoli, ma è chiaro che sul fronte dell’organizzazione, del metodo, della gestione del paziente e della professionalità la struttura fa acqua da tutte le parti. Bisognerebbe avere l’umiltà e la responsabilità di ammetterlo e provare a rimediare. 

Cettina Caliò Perroni

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