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Dalla regina di Saba alla negletta guerra: lo Yemen

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DI CATERINA BRUNO

 «Lo Yemen, architettonicamente, è il paese più bello del mondo. Sana’a, la

capitale, è una Venezia selvaggia sulla polvere senza San Marco e senza la

Giudecca, una città-forma, la cui bellezza non risiede nei deperibili monumenti,

ma nell’incompatibile disegno… è uno dei miei sogni»

(Pier Paolo Pasolini, tratto da Corpi e luoghi)

E mentre una guerra, anche mediatica, si consuma coinvolgendo gran parte dell’Europa, una delle tante altre guerre, che interessa a pochi, così come a pochi interessa il destino di coloro che ne vengono coinvolti, si combatte nel silenzio e nell’indifferenza di molti.

Del regno della regina di Saba, lo Yemen, oggi, dopo una lunga e devastante guerra, rimangono solo le macerie della “civiltà”, l’unica vera grande sconfitta a perire sul campo, vittima della stupidità umana.

Bab el-Mandreb, lo “stretto delle lacrime”, mette in comunicazione il mar Rosso con il Golfo di Aden e l’Oceano Indiano. Lo stretto è legato agli interessi di due grandi potenze come Arabia Saudita ed Emirati Arabi, a loro volta sostenuti direttamente da Stati Uniti e Gran Bretagna e indirettamente, attraverso la fornitura di armi, dall’Europa. Questo passaggio è importante, perché permette ai Sauditi di controllare il traffico degli idrocarburi, e agli Emirati Arabi, invece, i traffici commerciali verso l’Europa e l’Africa. L’interesse dei due Paesi volge anche ad un’azione di conquista dei territori yemeniti, e mentre gli Emiratini sono riusciti a strappare la concessione per 99 anni dell’isola di Socotra e della vicina isola di Abd al-Kuri, i Sauditi aspirano ad annettere le ricche province dello Yemen orientale (Hadhramaut e Al-Mahrah); gli USA, da parte loro, riprendendo la vecchia politica coloniale inglese, mirano al controllo del porto di Aden.

 Territorio dell’Impero Ottomano, lo Yemen del sud divenne protettorato inglese nel 1886, riuscendo a conquistare l’indipendenza soltanto nel 1967, e solo pochi anni dopo, nel 1971, venne proclamato Repubblica con Aden capitale e l’imposizione di un regime comunista. 

Lo Yemen del nord venne, invece, controllato dal 1897 da una monarchia sciita zaydita, rovesciata nel 1962 con l’aiuto di Egitto e Unione Sovietica. Ne scaturì una guerra civile che si concluse nel 1978 con la proclamazione di una repubblica filoccidentale con capitale San’à e un presidente destinato a “regnare” a lungo, ʽAlī ʽAbdallāh Saleh.

Nel 1990, lo Yemen del nord e del sud vennero unificati, e ʽAlī ʽAbdallāh Saleh divenne il presidente dello Yemen unificato. L’insofferenza verso la politica del Saleh, troppo vicino agli Stati Uniti e all’Arabia Saudita, determinò nel 2007 la reazione degli Houthi, un movimento di resistenza di partiti filo sciiti denominato “Ansarullah, sostenuto dall’Iran. Le forze del sud si organizzarono, invece, in una vera opposizione separatista, che porterà nel 2012 lo Yemen alle elezioni presidenziali con un unico candidato, il vice del presidente Saleh, Abd Rabbuh Mansur al-Hadi, riconosciuto dalla comunità internazionale, che avrebbe dovuto preparare un piano di transizione politica, ma che ha rassegnato le proprie dimissioni solo il 7 aprile scorso. La presa di San’à da parte degli Houti nel 2015 ha trasformato lo scontro in una vera guerra per procura tra Stati Uniti, Arabia Saudita e Iran, dove le alleanze liquide tra le parti interessate rendono particolarmente difficile comprendere, nella loro interezza, gli eventi.

Di questa guerra, quando si sarà conclusa, avremo solo il silenzio di chi non l’ha voluta raccontare. Dei bambini morti, sotto le nostre bombe, non sapremo mai nulla, non un nome, non una storia, di loro resterà l’oblio di una lunga e negletta guerra, privati della dignità anche nella morte.

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