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Liceo Statale “F. De Sanctis” – Educare contro la violenza sulle donne : il rispetto s’impara anche a scuola

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Al Liceo “F. De Sanctis”  di Paternò,  in occasione della giornata dedicata alle donne vittime di violenza , si è svolto un importante incontro voluto fortemente dai rappresentanti degli studenti: Asia Bivona, Francesco Pappalardo, Daria Ardu, Mattia Costa, Valeria Chiarenza, Giulia Ficarra . Ospiti dell’evento , coordinato  dalla  prof.ssa Torrisi in qualità di referente delle pari opportunità  , la psicologa, – dott.ssa Sandra Lombardo, e i rappresentanti dell’associazione Equo dress. Un’ iniziativa accolta, condivisa e supportata dal Dirigente scolastico, prof.ssa Santa Di Mauro.

Splendida l’interpretazione degli studenti -Angelo Puglisi e Consuelo Rapisarda-  che hanno interpretato i protagonisti di una relazione che via via si è trasformata in una gabbia per poi provocare  l’uccisione della vittima. Puntuale l’intervento della dott.ssa Lombardo che nel corso del dibattito ha evidenziato i meccanismi psicologici che sfociano nella violenza contro le donne, soffermandosi anche sul fatto che la presunta superiorità degli uomini, considerati per secoli il “sesso forte” , in effetti ha radici profonde e lontane. Poi la parole alle vittime, quelle vere, come Giulia ( uno nome inventato per proteggere la giovane donna) che ha raccontato agli  studenti la sua tragica esperienza. Al suo fianco la dott.ssa Giusy Cannio che ha chiarito al pubblico attento i meccanismi che sottendono a una violenza spesso incomprensibile nei confronti delle donne. Una questione complessa e di difficile risoluzione che però esige anche l’attenzione verso  tutti gli uomini che in qualche modo devono essere aiutati, per evitare che le loro azioni mettano a repentaglio la vita delle più fragili.  A concludere l’incontro l’intervento dei rappresentanti dell’Associazione EquoDress una sartoria sociale che coinvolge le ospiti delle case rifugio per donne vittime di violenza.

Un’attività che offre una seconda opportunità a tante donne perché gli abiti che realizzano lasciano dietro di loro una scia di speranza, capace di smuovere gli animi.

 Il loro grido di aiuto verso una società  che vede ma non guarda rappresenta una speranza concreta per tutte quelle donne che private della loro libertà indossano maschere di sofferenza e dolore. Maschere che gettano, poi, via, con forza, rivolgendosi al loro passato, come a dire: “Basta, non mi fai più male. Io sono mia”.